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Storie di Volontariato II

Seconda puntata delle storie e delle esperienze dei nostri volontari, attivi sia in Italia sia in Centrafrica, per testimoniare che fare volontariato ed essere un volontario “non è una questione di tempo ma di anima!”

Giuliano e Mario: quando la terra rossa del Centrafrica ti tinge di rosso anche il cuore

(estratto di una intervista di F. Farolfi)

Giuliano con gli orfani di un quartiere perifierico di Bangui

Giuliano e Mario, amici affiatatissimi non solo nell’ambito dell’Associazione “Amici per il Centrafrica”, ma nella vita. Sicuramente è il lavoro che svolgono all’interno dell’Associazione, che li ha fatti incontrare, permettendo loro di conoscersi e lavorare insieme, con l’unico obiettivo di costruire un futuro diverso per la Repubblica Centrafricana, attraverso tre pilastri fondamentali, quali sono quelli dell’istruzione, delle cure sanitarie e della formazione. E loro lo fanno da volontari, dando tanto del loro tempo, senza ricevere alcun compenso, mettendo a frutto le competenze costruite durante tutta una vita di lavoro, con il desiderio che il loro testimone sia raccolto da qualcun’altro. Anche in situazioni politiche intricate, anno dopo anno continuano a venire, perché, come dice Giuliano, la loro unica gioia è venire qui e tornare dai tanti amici che li aspettano.
In arte sono “Mago G” e “Super Mario”. Nomi azzeccatissimi che i membri dell’Associazione “Amici per il Centrafrica” hanno dato loro. E capisci perché. Iniziano il loro lavoro prima che le mamme accedano al dispensario “Mama Carla” con i loro bambini e sono gli ultimi a lasciarlo la sera, dopo aver effettuato l’ultimo controllo al sistema fotovoltaico e al livello dell’acqua nelle cisterne di riserva da 1000 L, perché l’acqua sia disponibile il giorno dopo alla riapertura puntuale alle ore 7. Vedendoli lavorare, mi sono accorta che non c’è stato un solo problema che non abbiano saputo risolvere o perlomeno dare un’indicazione ben precisa. Mi sono detta che queste due persone eccezionali dovevano essere conosciute, perché attirino altri a fare come loro. Con lo stesso entusiasmo e la stessa dedizione. La stessa da anni. Così in maniera molto spontanea hanno risposto ad alcune mie domande. La prima delle quali presentarsi.

Giuliano Emiliani è originario di Limido Comasco (CO), camionista in pensione, dopo una carriera di 47 anni, é sposato con Fernanda, ha una figlia, Elisa e due nipotine, Giorgia e Giada, rispettivamente di 10 e 13 anni. E’ volontario dell’Associazione Amici per il Centrafrica da 10 anni. Così racconta: “Un giorno per caso sono venuto a Bangui attraverso Mama Carla (Carla Pagani, fondatrice dell’Associazione) per la mia prima esperienza di volontariato. Ho trascorso un mese dai Pigmei a Zomea, con Sr. Donata e Sr. Imelda per ristrutturare la casa dei volontari e la maternità”. Sin dai primi tempi, dice di aver fatto il manovale dell’Associazione, ma “sempre col cuore”. La sua prima esperienza non è stata facile e ricorda: “Non so se sia stato un effetto secondario del Lariam, che prendevo come farmaco preventivo della malaria, ma iniziavo la giornata piangendo e la finivo invece cantando, perché ero davvero contento. Forse era per la tristezza di quello che vedevo: possiamo raccontare per anni quello che abbiamo davanti agli occhi ogni giorno, però sono cose che si vivono solo sul posto”. Giuliano all’inizio non era così sicuro che a quella prima esperienza ne sarebbero seguite altre: “Mia moglie diceva che dopo il primo anno non sarei più venuto, perché non era d’accordo che stessi lontano dalla famiglia per tanto tempo. La prima volta avevo scelto di partire in autunno perché a casa non c’era molto da fare. Ad un certo punto, mi accorgo che mia moglie comincia a mettere da parte alcuni capi di abbigliamento per l’Africa”.

Da questo capisce che quel primo viaggio non sarebbe stato l’ultimo … Così ha continuato anno dopo anno a partire per la Repubblica Centrafricana. E sono già una decina. Adesso anche sua moglie collabora con l’Associazione e lo aiuta a preparare i containers. “Quello che è importante – continua questo tenace volontario – è coinvolgere le persone. Se uno viene e si rende conto di persona, s’innamora di questo Paese, qui la gente è molto buona, è un popolo bellissimo, hanno le loro difficoltà, il loro modo di vivere, un vissuto di fatica legato al susseguirsi di colpi di stato, guerre e il perdurare di crisi politiche. Sul piano dello sviluppo questo Paese occupa uno degli ultimi posti, ma il primo su quello dell’umanità delle persone”.
Giuliano lascia affiorare i ricordi e rammenta come il suo impegno non avrebbe potuto avere interruzioni nel tempo, tanto la sua vita si era legata a questo Paese e alla promessa fatta alla fondatrice dell’Associazione, Mama Carla Pagani. “La prima volta che sono venuto Mama Carla, che era già malata, mi aveva pregato di non lasciare i suoi bambini soli. Le ho promesso che sarei venuto tutti gli anni. Ne sono molto orgoglioso e anche la mia famiglia”.

Giuliano è convinto che se anche parlasse per un anno della sua esperienza in terra d’Africa, non riuscirebbe ad esaurire quanto deborda dal suo cuore e soprattutto non sarebbe in grado di condividere i profumi, i colori di questa terra. Le sue descrizioni diventano così vivide, che ti sembra che quei luoghi tanto lontani possano essere toccati con mano. “Andiamo dai
Pigmei, che sono nella prefettura della Lobaye, la regione più bella e lussureggiante di tutta la Repubblica Centrafricana. Quando si viaggia la terra rossa si appiccica al collo, ti sporca la maglietta, che diventa colore della terra. E che ti tinge anche il cuore. La sera nella foresta ti commuovi: ti sembra di toccare le stelle che ti avvolgono come in un abbraccio … i colori del tramonto assumono sfumature particolari, non sono né rosso né arancione, perché a questi si aggiunge il verde dell’erba e delle palme.” E per finire, menziona le persone, con cui ha condiviso questa grande avventura nel cuore dell’Africa: “Ho fatto esperienze con tre grandi amici: Super Mario e Gianbattista (Giovanni Viola). Siamo stati gli unici tre a vivere l’Africa per mesi insieme, andando nei quartieri, nei villaggi, anche dove sarebbe pericoloso andare. La gente ormai ci conosce, ci vuole bene, per cui non abbiamo paura di niente. Vorrei passare il testimone ai giovani, che devono vedere questa realtà per arrivare ad apprezzare di più quello che hanno, i valori della famiglia, dell’amicizia, dello stare insieme … Vivendo qui ho imparato a conoscere di più me stesso. All’inizio non avevo il telefono e alla sera scrivevo i miei racconti alla luce della candela. La mia felicità è questa: venire qui!” E ci credi vedendo la fermezza del suo sguardo, la convinzione, che traspare dalle sue parole, il suo modo di lavorare, che non conosce orari e fatica, il suo modo solare di relazionarsi con tutti, l’affetto che sa trasmettere ai bambini. “La mia famiglia apprezza quello che faccio. Sono soddisfazioni che restano, per noi personalmente e per chi ascolta la nostra esperienza”.

Mario al lavoro alla centrale fotovoltaica del centro “Joie de Vivre”

Adesso tocca a “Super Mario” presentarsi. “Mi chiamo Mario Borella, ho 68 anni, abito a Soncino (CR) con la mia famiglia.
Ho conosciuto l’Associazione 10 anni fa. Carla mi aveva invitato a venire qui per la prima volta perché c’era bisogno di un elettricista e un idraulico. Mi sono reso disponibile a venire. Il primo lavoro, che mi è stato affidato, è stato installare gli impianti elettrici per la casa dei volontari”. Mario
interviene nei cantieri della Repubblica Centrafricana, ma non solo. E’ stato anche in Cameroun, Ghana, Congo, ma, a suo dire, questo Paese gli è rimasto nel cuore. E quando ha chiesto quando avrebbe dovuto partire per quest’ultima missione, gli è stato risposto: subito. “Ho detto: va bene”.
Lui, elettricista in pensione, per spendere al meglio questi anni, non ha trovato di meglio da fare che quest’attività di volontariato. E ha il coraggio di dire: “Penso sia la migliore medicina della pensione. Tutto quello che si fa, lo si fa per gli altri e questo riempie il cuore. Le persone che sono qui
cercano di capire il lavoro che facciamo, cerchiamo di insegnare come fare un lavoro ben fatto, col cuore, con amore, altrimenti le cose non possono riuscire bene”. Ma anche per lui le sfide sono enormi: “Qui la gente è umana, nel senso che non ha molte pretese, vive con poco o niente.
Spesso davanti a tanta povertà, mi ritiro nella mia stanza e non riesco a trattenere le lacrime. Mi chiedo: davvero Dio lascia fare queste cose? Non è facile stare davanti a questa realtà, vivendola sulla propria pelle”.

Qual è la gioia del volontario dell’Associazione Amici per il Centrafrica?

E’ Giuliano a condividere per primo la sua gioia di essere volontario nell’Associazione: “Pur facendo uno dei lavori più umili, la mia gioia è quella di riempire il container con cose che sono state donate da persone, da aziende. Quando il container arriva a Bangui parte anche Giuliano. Il container viene depositato sul piazzale delle scuole Nicolas Barré e danno a me la cesoia per tagliare il lucchetto. Ogni cosa presente all’interno del container è inventariata. E’ tutto su misura: ci può essere una macchina da cucire per papà Joseph, una per mamma Cinzia, le cose, che partono dall’Italia, sono destinate a certe persone. Poi ci sono vestiti di seconda mano in buono stato, che doniamo a tutti. La maggior parte vanno ai bambini pigmei e anche ai bambini dei quartieri poveri. Quando sono a casa in Italia, ho mille cose da fare, la famiglia, l’orto, i fiori, però una delle cose più belle della mia vita è proprio quella di venire in Africa e vorrei continuare a farlo fino a quando le forze me lo permetteranno. Mi dispiace che ci siano poche persone che desiderano dedicare parte del loro tempo come volontari in Africa: spero che i giovani, invece di partire per le solite vacanze al mare, decidano di venire qui in Repubblica Centrafricana. C’è una casa dove possono essere accolti, soltanto il viaggio é a loro carico, potrebbero fare un’esperienza indimenticabile. Il volontario deve coinvolgere la gente”.

Anche Mario spiega il cuore della sua scelta di essere volontario: “Il volontario è qualcosa che la persona deve sentire dentro di sé. A volte, in Italia, mi chiedono cosa faccio, se sono pagato … il volontario fa le cose con gratuità. Anche in Italia sono chiamato per eseguire riparazioni, ma non accetto compensi, lo faccio con amore. Il volontario non è uno che sta chiuso in casa, è una persona che deve muoversi, che si sente utile per qualcuno, per qualcosa, anche soltanto dare una mano a qualcuno per strada che si sente nel bisogno. Dare una mano a qualcuno nel bisogno ti riempie il cuore. Si tratta magari di cose piccole, umili che si fanno, ma per quella persona hanno un valore enorme. A volte si tratta di dedicare anche pochi minuti per una persona. Il volontario mette davanti l’altro…

E Mario conclude: “Da quando sono venuto la prima volta, è stato un susseguirsi di colpi di stato … vedo che c’è stato un peggioramento della situazione del Paese. Per me è stato molto difficile durante la crisi, non si poteva fare nulla, eravamo chiusi in casa. La gente ha lo spirito di rialzarsi sempre, di ricostruire ogni volta che la sua casa è stata distrutta”.

Ed io dico, dopo averli ascoltati … sì, ne vale proprio la pena! Grazie Mago G, Grazie Super Mario!!

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Storie di Volontariato III

Terza puntata delle storie e delle esperienze dei nostri volontari, attivi sia in Italia sia in Centrafrica, per testimoniare che fare volontariato ed essere un volontario “non è una questione di tempo ma di anima!”

L’Africa per caso… per fortuna

(testimonianza di Francesca Bandirali)

La mia esperienza con “Amici per il Centrafrica” è iniziata grazie ad una serie di incontri fortunati, come succede per la maggior parte degli eventi che ti cambiano la vita. Sono venuta a contatto con l’associazione una mattina di fine settembre e quello stesso pomeriggio è arrivata la proposta, del tutto inaspettata, di partire per Bangui un paio di mesi dopo. Ed io, con grande gioia e un pizzico di incoscienza, non mi sono tirata indietro.
Questa è stata la mia prima esperienza in Africa. Una volta uscita dall’aeroporto di ‘Mpoko a Bangui, oltre che dal caldo africano, sono stata subito travolta dagli odori pungenti e dai colori brillanti del Centrafrica. Ho ancora negli occhi la sabbia rossa delle strade di Bangui, una sabbia che ti rimane addosso, sulla pelle e sui vestiti, nonostante i vani tentativi di lavarla via.
Non ero affatto preparata al forte impatto che avrei avuto con una realtà profondamente lontana dalla mia. Ricordo ancora il mio primo viaggio in auto una volta arrivata a Bangui, quando chiesi a Mario, uno degli storici volontari: “Ma quando si arriva in città?” Ero convinta che il lungo mercato e i fatiscenti negozi costruiti in legno fossero parte di un villaggio o al massimo della periferia, non immaginavo di certo che quella fosse la città. Fin da subito, si percepiva una povertà diffusa e dilagante, ma allo stesso tempo ciò che colpiva erano i sorrisi che la gente mi rivolgeva senza alcun apparente motivo e, anzi, nonostante ci fossero mille motivi per non farlo. Loro sorridevano anche con gli occhi e sorridevano di niente, perché niente è quello che hanno.
Il primo sorriso che mi ha accolto all’ingresso del centro “la Joie de Vivre” è stato quello di Andrè, un bimbo di 4 anni che ogni mattina affronta 20 km a piedi per poter andare a scuola ed avere un futuro. Poi, tutte le mattine, col caffè delle 6.30 arrivava Ornella a portarti il buongiorno e il buon umore con un semplice “come stai?” in un italiano quasi perfetto, per farti sentire a casa. Infine, tra una riunione e l’altra, non mancavano mai le corse affannate dei bambini che ti circondavano, ti abbracciavano e ti riempivano il cuore di tenerezza.


Le “missioni” sono state molte: la collaborazione con la società americana “Health Through Walls” mi ha portata a toccare con mano la realtà delle carceri di Ngaraba e Bimbo, dove ho imparato la necessità di sospendere il proprio giudizio, a volte troppo affrettato, e di ascoltare e interpretare le esigenze e i bisogni altrui.
Tra le diverse esperienze, la più affascinante è stata senza dubbio la visita a Ngouma, villaggio nella foresta appena fuori Bangui, dove sono stati avviati progetti sanitari e di formazione scolastica. Mi sono ritrovata quasi in un’altra dimensione, ma allo stesso tempo ho sentito la concretezza della vita semplice e primordiale dei Pigmei.
Al mio rientro in Italia, superato il senso di inadeguatezza immotivata che credo assalga tutti i volontari di ritorno a casa, ho provato una profonda felicità e gratitudine per quanto vissuto. Mi sono resa conto di quanto per me il Centrafrica sia stata un detonatore di emozioni: abituati ad essere “diluiti” emotivamente, ritroviamo quelle passioni, anche le più dure e cruente, che spesso sono attutite dalla frenesia delle nostre vite.
La speranza che coltivo nel cuore è quella di dare un aiuto concreto allo sviluppo di questo Paese : è solamente con l’istruzione che cesseranno, ad esempio, le accuse di stregoneria che riempiono le carceri ed è solamente sviluppando un pensiero critico che le nuove generazioni potranno cambiare le cose. Per questo è necessario combattere l’ignoranza, che è la peggiore delle povertà e che ha conseguenze devastanti.
È questa speranza e l’amore per questo Paese che mi fa sperare in un futuro migliore e che spinge Amici per il Centrafrica a continuare a lavorare, ancora dopo 20 anni, nella bella e travagliata Bangui.

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